Mi sono perso in Appennino. Intervista all'autore Gian Luca Gasca

Mercoledì, 11 Aprile 2018 09:58

Un viaggio dal Colle di Cadibona alle Madonie lungo oltre 2.000 km attraverso la spina dorsale di un'Italia abbandonata dal turismo, alla ricerca di un Appennino che resiste.


AUTORE

Gian Luca Gasca


ALTRE INFORMAZIONI

Editore: Ediciclo
Collana: Altri viaggi
Anno edizione: 2018
Pagine: 159 p., ill. , Brossura

"Mi sono perso in Appennino" è l'ultimo libro di Gian Luca Gasca, classe 1991 reporter e scrittore di montagna oltre che esserne un amante e cultore.
La sua prima esperienza risale al 2015 quando attraversa l'arco alpino partendo da Trieste ed arrivando a Nizza dopo 54 giorni, raccogliendo testimonianze che sono riportate nella sua prima opera "54 giorni nel cuore delle Alpi".
Nel 2016 compie il viaggio che viene raccontato in questo suo ultimo libro, un percorso lungo la "Spina dorsale d'Italia" gli Appennini, dalla Bocchetta di Altare alle Madonie. Un'esperienza nella quale ha potuto apprezzare e conoscere l'Italia minore, quella che si muove lentamente e che pare sospesa nel tempo.

Di seguito una breve intervista che abbiamo realizzato per conoscere qualche cosa in più sul libro e sull'autore.

 
- Nel 2015 ha attraversato a piedi l'intero arco alpino e nel 2016 ha fatto la stessa cosa con l'Appennino, come le è nata l'idea di affrontare queste due esperienze?

La prima esperienza lungo le Alpi nasce dalla lettura del libro di Paolo Rumiz, “La leggenda dei monti naviganti”. Un testo in cui lo scrittore e giornalista triestino racconta di un viaggio lungo la catena alpina proseguito poi su quella appenninica. Dopo averlo letto, nel 2014, avevo trovato delle differenze tra le Alpi che conoscevo e quelle vissute da Rumiz. Erano passati circa dieci anni dal suo viaggio. Un decennio che è stato sufficiente a trasformare la catena, le valli, a far iniziare un processo di ripopolamento in molte zone alpine. Processi quasi invisibili se non si entra dentro, se non si va ad indagare a fondo quel che accade nei paesi, nelle frazioni, nelle piccole borgate.

Da qui l’idea di percorrere le Alpi, l’Appennino è stato poi la naturale conseguenza. Arrivato a Nizza sentivo la voglia di andare avanti, di scoprire qualcosa di veramente nuovo per me. Non avevo la più pallida idea di cos’avrei potuto trovare lungo la spina dorsale d’Italia. Ho trovato un mondo.


- Nell'idea di molti non si concepisce la catena appenninica come un'unica spina dorsale che dalla Liguria arriva alla Sicilia, come la pensa a riguardo?

In effetti è difficile immaginare l’Appennino come un’unica montagna. È diverso, tremendamente diverso, da zona a zona e più si scende a sud più si sente la differenza. Quando si arriva in Calabria quasi non si riconosce più nulla di quel che si è visto in Liguria. È un ambiente culturale, umano, storico, completamente diverso. Un territorio che cambia e muta dietro ad ogni colle, ma lo fa gradualmente. Lentamente, nel viaggio verso sud, dei cambiamenti graduali e costanti ti accompagnano armoniosamente da un territorio ad un altro.

Non si può concepire l’Appennino come una lunga catena perché non lo è. L’Appennino è però una spina dorsale. È l’unione di popoli diversi, di tradizioni, culture, ambienti, che insieme formano lo scheletro del nostro Paese e ci danno, sotto questo aspetto, la nostra unicità.


- Ci racconti come e se ha pianificato il suo viaggio a piedi e quali sono state le tappe principali.

Il mio non è stato un viaggio completamente a piedi. Il viaggio è stato a piedi e con i mezzi pubblici.

Non ho pianificato granché in questo viaggio. Sulle Alpi l’avevo fatto, avevo programmato spostamenti, luoghi, mezzi pubblici, orari, tutto, poi nulla è andato secondo i piani e in un paio di giorni mi sono trovato senza piani certi a viandare per le Alpi.

In Appennino ho preferito evitare tutto questo gran lavoro. Ho preso una carta d’Italia e ho tracciato sopra dei segni, ho identificato dei posti e dei luoghi interessanti. Ho cercato contatti, li ho segnati e alla fine ho viaggiato. Giorno per giorno decidevo come muovermi, dove andare e chi incontrare. Volevo essere libero di scegliere la mia strada in questo viaggio.


- Quale è stata la parte di Appennino che le ha lasciato il ricordo più indelebile?

Di sicuro il centro Italia. Li ho potuto vivere le mie esperienze più forti, a partire dal terremoto del 30 ottobre che poi ha dato uno stop al mio viaggio. Ma, tra tutto, a colpirmi maggiormente è stata la gente. Sono popoli con una forza d’animo e morale impressionante. Sono nati e risorti più volte come fenici che rinascono dalle ceneri. Morti sotto le macerie han trovato il coraggio di rialzarsi e andare avanti, di nuovo e di nuovo, ad ogni scossa.

L’Appennino però mi ha colpito tutto. Dai primi giorni in Liguria fino alle giornate siciliane sono infinite le immagini che si fermano nella mente quando ripenso a quel viaggio. Momenti indelebili ricchi di semplicità.


- Cosa vuol dire per lei Sostenibilità? Oggi si sente sempre più spesso parlare di turismo sostenibile, cosa si sentirebbe di proporre a riguardo anche in rapporto all'Appennino?

Sostenibilità può avere molte declinazioni quando lo si rapporta all’ambiente e al territorio. Sostenibilità vuol dire trovare un giusto connubio tra ambiente/territorio e uomo cercando sia di portare l’innovazione sia il rispetto territoriale. Questo vuol anche dire far dei sacrifici, da un lato e dall’altro.

Sostenibilità è una parola complessa. Un termine che meriterebbe pagine e pagine per essere esaustivamente spiegato.


- Nella sinossi del libro dice "Posti dove si torna per dare forme, odori e colori ai racconti dei nonni." Quale è stato il luogo che le ha permesso di realizzare quanto detto?

Quella frase non riguarda la mia diretta esperienza. Parlo del territorio. Dei paesi abbandonati dalle generazioni degli anni del boom economico per andare alla ricerca di un futuro migliore a valle, nei grossi centri. Parlo dei luoghi dove i figli di queste generazioni tornano a vedere le case dei nonni.

"Non ci si capita per caso in Appennino. No, non si finisce per caso in quei piccoli borghi arroccati sui monti che si vedono sfrecciando lungo l'Autostrada del Sole. Sono piccoli paesi, luoghi di seconde case, vecchie abitazioni ereditate da parenti e ormai popolate solo d'estate. Posti dove si torna per dare forme, odori e colori ai racconti dei nonni. Nicelli, Cutigliano, Balze, Magliano De' Marsi, Grumento Nova, Mammola, Serra Pedace... Si potrebbe continuare all'infinito senza che nessuno riconosca un nome. E questa la bellezza dell'Appennino. Sono montagne che muoiono e risorgono ogni tanto dall'abisso. Tremano e per un attimo stanno sulla bocca di tutti, per poi ricadere nel dimenticatoio dove finiscono le specificità italiane. E sono proprio quelle specificità, le note carismatiche di quelle montagne e di quei piccoli borghi, a spingere Gian Luca Casca a imbarcarsi in un viaggio dal Colle di Cadibona ai Monti Nebrodi lungo oltre 2000 km attraverso la spina dorsale di un'Italia abbandonata dal turismo, alla ricerca di un Appennino che resiste."

Prefazione di Stefano Ardito e postfazione di Luca Calzolari.

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